Cecco d’Ascoli

POETA MEDICO ASTRONOMO

Francesco Stabili (Cecco d’Ascoli), 1269-1327

Nei suoi scritti si definisce Ascolano, ma non si hanno notizie documentarie sulla sua nascita e sulla sua attività nella città picena. Secondo la tradizione nacque nel contado ascolano (Ancarano) nel 1269. Le prime testimonianze sulla vita di Cecco risalgono al 1318, nel periodo della sua permanenza come studente a Bologna, ove ben presto seppe intessere significative relazioni nell’ambiente accademico e istituzionale della città. Qualche anno più tardi era già un professore di fama presso lo Studio e i suoi scritti in latino, destinati all’attività didattica, acquisirono rapidamente notorietà. Tra questi si segnalano il Tractatus in sphaeram (1322-23), che costituisce il commento ad un testo astronomico dell’inglese John di Holywood, considerato il fondamento degli studi universitari di astronomia nel medioevo e il De principiis astrologiae (1323-24), altro commento ad una nota opera astronomica araba di Al-Kabisi.

Le teorie espresse nelle sue opere e le idee divulgate nella sua attività di insegnamento caddero presto in sospetto di eresia da parte dalla Chiesa. Gli scritti di Cecco furono pertanto esaminati da un frate inquisitore domenicano, Lamberto da Cingoli, che nel 1324 ne pronunciò una decisa condanna. Cecco accordava infatti alla magia e all’astrologia un ruolo centrale nell’indagine sulla natura e sull’uomo: secondo l’intellettuale ascolano le disposizioni degli astri regolano e orientano gli umori, le disposizioni, le scelte e le attività umane. Nella sua opera maggiore in volgare, l’Acerba aetas, fa professione di indefesso zelo nei confronti della scienza e al tempo stesso riconosce nell’astrologia la chiave di lettura per comprendere i misteri dell’universo naturale.

Per Cecco l’influsso delle stelle può spiegare il generarsi e il diffondersi di alcune malattie, di modo che nelle sue opere scienza medica e astrologia si saldano profondamente; inoltre, in concomitanza di particolari eventi astrologici, i demoni possono essere sorpresi a vagare sulla terra. L’universo è infatti abitato da spiriti, legati ai quattro elementi primordiali: conoscere come e quando si manifestano ed interrogarli significa dunque essere in condizione di prevedere gli eventi futuri. Nella ricerca intellettuale di Cecco, quindi, lo studio razionale del mondo naturale e l’investigazione delle forze spesso occulte che animano l’universo si intrecciano indissolubilmente. Evidentemente la Chiesa non poteva avallare tali affermazioni, che di fatto ridimensionano fortemente il libero arbitrio umano a vantaggio delle forze dirompenti e incontrollabili della natura. La condanna dell’Inquisizione romana verteva nel rifiuto della tesi affermata da Cecco sulla determinazione dell’uomo da parte degli influssi astrali.

Che comportava due corollari inaccettabili per la Chiesa: il primo, secondo cui la predicazione e morte di Gesù Cristo sarebbero avvenute sotto uno speciale influsso astrale, il secondo relativo ad una una prossima venuta sulla terra dell’Anticristo, annunciato dalle stelle. Giunto al declino il proprio successo accademico, Cecco decise quindi di lasciare Bologna per trasferirsi a Firenze nell’ambiente della corte angioina di Carlo di Calabria, ove venne nominato medico e astrologo del duca. Tuttavia anche qui l’instabilità politica, minata dalla riorganizzazione delle forze ghibelline, e le infauste profezie da lui pronunciate, come ad esempio quella della prossima discesa in Italia dell’imperatore Ludovico il Bavaro, fecero crescere le ostilità attorno a Cecco. Così, in un periodo in cui si inaspriva la linea repressiva inaugurata da papa Giovanni XXII verso l’astrologia giudiziaria, le pratiche divinatorie e la negromanzia, Cecco fu sottoposto ad un nuovo processo di eresia.

Ad esaminare la dottrina di Cecco nella città di Firenze fu un colto frate francescano, Accursio Bonfantini, ritenuto secondo la tradizione il primo ‘lettore’ della Commedia di Dante. L’Inquisitore agì nel rispetto dei canoni procedurali, acquisendo tutti gli scritti di Cecco e gli atti del precedente processo bolognese, ma giunse ben presto alle stesse conclusioni del suo predecessore, definendo “piena di acerbità eretiche” l’Acerba di Cecco. Mentre Cecco si trovava in carcere, alla fine dell’estate del 1327 il processo subì una rapida accelerazione molto probabilmente in seguito all’intervento di Raimondo, vescovo di Aversa, cancelliere del duca di Calabria. Gli atti contabili dell’inquisitore francescano registrano infatti le spese per una cena consumata dal frate e dal cancelliere la sera prima della pronuncia della condanna a morte di Cecco. I sospetti di una congiura ai danni dell’intellettuale ascolano si addensano quindi su alcuni personaggi di spicco dell’ambiente di corte angioino, senza però che i documenti possano darne conferma.

Il cronista Giovanni Villani, da parte sua, rivolge le sue accuse ad un altro scienziato e medico di fama, Dino del Garbo, il quale sarebbe stato l’artefice della rovina di Cecco mosso da vecchi rancori covati fin dai tempi del loro comune insegnamento bolognese. Ma probabilmente si trattava soltanto di una diceria, che il cronista si limita a registrare. Più verosimilmente la condanna capitale emessa dall’inquisitore nel coro della chiesa di Santa Croce compendiava l’ostilità dottrinale della Chiesa e l’avversione politica del regime angioino di Firenze.

Così il 16 settembre 1327 le fiamme del rogo che si levarono nella pubblica piazza accolsero Cecco e le sue opere. Attraverso alcuni registri contabili sappiamo che dalla vendita dei beni del condannato si ricavarono appena tre fiorini e mezzo.

Il profondo amore per il sapere e il disprezzo di Cecco per il denaro, dichiarati nei versi dell’Acerba, erano dunque sinceri, testimonianza di una vita spesa incessantemente ad interrogarsi sul quia delle cose.

FRANCESCO PIRANI

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